Book Review: Un buon presagio, Gillian Flynn

Uno dei thriller più belli che abbia letto negli ultimi anni è Gone Girl – L’amore Bugiardo: quel colpo di scena a metà libro che sconvolge tutte le carte in regola, se ci ripenso, ha ancora la capacità di lasciarmi a bocca aperta. Molti hanno tentato di riprendere quella formula, ma pochi hanno saputo farlo bene come la Flynn. Gone Girl non è solo un thriller mozzafiato, ma anche un romanzo psicologico con pochi eguali. Ovviamente subito dopo ho recuperato tutte le opere della scrittrice fino ad adorarla letteralmente. L’uscita di Un buon presagio (Rizzoli, €12), racconto di poco più di 50 pagine, era quindi un appuntamento che non potevo assolutamente perdermi!

Piccola premessa: parliamo di un racconto scritto su “commissione”, richiesto dal  collega George R. R. Martin (Il Trono di Spade) per l’antologia Rogues.

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Un buon presagio, Gillian Flynn

Rizzoli, €12

La incontriamo in un piovoso mattino d’aprile, nel bugigattolo dove legge l’aura a signore fragili di nervi, dispensando loro consigli e previsioni. Di lei non conosciamo il nome, sappiamo solo che è una giovane donna intraprendente, scaltra, cresciuta da una madre bizzarra e spesso assente, e che fin da bambina è stata abituata a vivere di espedienti, a escogitare ogni giorno un modo per tirare avanti. Quando nel piccolo locale entra Susan Burke, bionda, bella, occhi azzurri e ben vestita, da una analisi veloce la nostra “sensitiva” si convince che si tratta dell’ennesima signora benestante e infelice, in cerca di emozioni forti. In realtà Susan è lì per chiedere aiuto: nella vecchia casa dove vive con la famiglia si verificano fatti inquietanti. Fiutato l’affare, la truffatrice si propone per una “purificazione” dell’ambiente domestico a base di spargimenti di sale, erbe da bruciare e formule pseudomagiche. Nel varcare la soglia della sinistra casa vittoriana, però, si rende conto che qualcosa davvero non va, e l’incontro con il figliastro di Susan non fa che confermare le sue impressioni. Miles è un quindicenne indecifrabile, dal comportamento disturbato e violento, capace con le sue storie di creare nuove realtà. Ma sono davvero soltanto storie, le sue? In presenza di Miles nulla è come sembra, verità e invenzione si sovrappongono e si mescolano fino a confondersi.

La narratrice non ha nome, è una protagonista al femminile che, come nella migliori tradizione dell’autrice, è tutt’altro che perfetta. Fin qui, nulla di nuovo. La parte interessante è che in questo racconto la Flynn strizza l’occhio al tema soprannaturale, anche se in Un buon presagio non è un racconto horror, bensì un piccolo giallo all’ennesima potenza. L’ambiguità permea le pagine di questo racconto e, come al solito, ci possono essere tante versioni quanto i protagonisti degli eventi.

Si legge in pochissimo tempo, sia perché è scritto molto bene ed è dannatamente scorrevole, sia perché è veramente corto, e forse questo è il più grande difetto: la storia quando inizia ad ingranare è già finita.

Da leggere per tutti coloro che, come me, amano l’autrice, ma anche per chi vorrebbe iniziare a conoscerla a piccole dosi. Un buon presagio intriga e la narrazione è un’escalation di eventi che alla fine ti lascia con quella voglia di saperne di più, peculiarità unica che hanno solo i grandi storyteller.

Ps: la copertina è bellissima, d’altronde quando mai Rizzoli delude?

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Book Review: La via del male, Robert Galbraith

Dopo più di un anno dall’uscita inglese è arrivato anche da noi La via del male di Robert Galbraith (ovvero J.K. Rowling), terzo romanzo della serie di Cormoran Strike. Non c’è bisogno che vi premetta che seguirei J.K. anche all’inferno e che l’attesa per Harry Potter e il bambino maledetto sia alle stelle, giusto?

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La via del maleRobert Galbraith

Quando un misterioso pacco viene consegnato a Robin Ellacott, la ragazza inorridisce nello scoprire che contiene la gamba amputata di una donna. Il suo capo, l’ investigatore privato Cormoran Strike, è meno sorpreso ma non per questo meno preoccupato. Ci sono quattro persone nel suo passato che pensa potrebbero essere responsabili – e Strike sa che chiunque di loro sarebbe capace di tale odiosa brutalità.

Con la polizia focalizzata sul sospettato che Strike ritiene sempre più essere innocente, lui e Robin prendono direttamente in mano il caso e si immergono nei mondi oscuri e contorti degli altri tre uomini. Ma altri fatti orrendi stanno per accadere, il tempo sta per scadere per due di loro.

Diciamo pure che io non sono un grandissimo adoratore dei detective, ma con Cormoran e Robin è stato amore a prima vista: La via del male riconferma tutti gli ottimi elementi che questa saga ha saputo proporre finora. Mistero, suspance e tensione allo stato puro vi faranno compagnia durante tutta la lettura del libro. Il plot è avvincente, ma l’aspetto più interessante di questa terza avventura è la maggiore introspezione psicologica dei personaggi: sappiamo di più su quello che provano, quello che hanno passato e di come ne siano usciti.

Se nel primo romanzo Galbraith ci ha portati nel mondo dello showbiz con tutto il suo sfarzo e le sue ombre, e nel secondo ci ha invece proposto una vera e propria satira sul mondo dell’editoria, qui i toni sono decisamente più oscuri: si parla di violenza, di misoginia e il killer è il più macabro tra quelli finora affrontati da Cormoran e Robin.

In generale mi è piaciuto un tantino meno rispetto agli altri, forse perché mancava un po’ dello humour che ha contraddistinto i primi due romanzi. Ho apprezzato tanto il fatto che Robin abbia avuto finalmente maggiore spazio (io penso sia all’altezza di Cormoran e in nessun modo a lui secondaria), forse meno lo svolgimento del plot: molto promettente all’inizio, si dilunga e disperde troppo nel prosieguo del romanzo, arrivando ad un finale interessante ma senza un vero e proprio crescendo.

Detto questo una lettura piacevolissima che ovviamente vi consiglio. Nell’attesa che arrivi il quarto romanzo della serie (J.K. ha dichiarato di averne in programma almeno 7), vi anticipo che BBC sta preparando una serie tratta dai romanzi di Galbraith: le riprese inizieranno in autunno, ma al momento non si sa nulla sui casting. E voi chi ci vedreste bene nel ruolo?

Summer Reading: 5 libri da portare sotto l’ombrellone!

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Non so voi, ma l’estate è decisamente la stagione in cui riesco a leggere di più: saranno le ferie, i giorni liberi passati a mare, o le nottatacce in cui non riesci a chiudere occhio a causa del caldo, sta di fatto che questa è la stagione perfetta per un buon libro. La lista di quelli che potrei consigliarvi sarebbe infinita, d’altronde la necessità di aprirmi uno spazio sul web dove parlare di libri la dice lunga su quanto mi piaccia farlo, ma ho deciso di consigliarvi cinque titoli da leggere questa estate.

 Stazione UndiciEmily St. John Mandel

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Kirsten Raymonde non ha mai dimenticato la sera in cui Arthur Leander, famoso attore di Hollywood, ebbe un attacco di cuore sul palco durante una rappresentazione di Re Lear. Fu la sera in cui una devastante epidemia di influenza colpì la città, e nel giro di poche settimane la società, così com’era, non esisteva più. Vent’anni più tardi Kirsten si sposta tra gli accampamenti sparsi in questo nuovo mondo con un piccolo gruppo di attori e musicisti. Tra loro si chiamano Orchestra Sinfonica Itinerante e si dedicano a mantenere vivo ciò che resta dell’arte e dell’umanità. Ma quando arrivano a St. Deborah by the Water si trovano di fronte a un profeta violento che minaccia l’esistenza stessa di questo piccolo gruppo. E man mano che gli eventi precipitano, in un continuo viaggiare avanti e indietro nel tempo, mostrando com’era la vita e com’è dopo la grande epidemia, ecco che l’imprevedibile evento che unisce tutti i personaggi viene rivelato. Riuscirà a quel punto l’umanità a sconfiggere i suoi fantasmi e conquistare un nuovo futuro?

Probabilmente il libro più bello che abbia letto quest’anno, senza ombra di dubbio uno dei capolavori dell’ultimo decennio. Quello che all’apparenza sembra solamente uno YA distopico, è in realtà una eccellente disamina sul genere umano: è un perfetto incontro tra più generi e la penna di questa autrice (Stazione Undici è il suo primo romanzo) ha pochi eguali in circolazione. Fantastico sotto ogni aspetto.

Mi ricordo di teYrsa Sigurðardóttir

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Il villaggio di Hesteyri nei mesi invernali è disabitato e quasi irraggiungibile. L’unico contatto con il resto dell’Islanda è un traghetto perennemente in balia del vento e del mare. In questo luogo desolato, tre giovani provenienti dalla capitale hanno deciso di ristrutturare una casa per trasformarla in un albergo. Ansiosi di mettere a frutto il loro investimento, si sono arrischiati a viaggiare fino a Hesteyri nel periodo più freddo per mettere mano ai lavori. Il piccolo gruppo presto si rende conto che non solo la ristrutturazione è molto più difficile del previsto, ma anche che sul villaggio deserto aleggia un’atmosfera sinistra. I telefoni cellulari si scaricano senza motivo e una presenza indistinta sembra seguirli, lasciando tracce che suggeriscono un messaggio indecifrabile. Impossibilitati a comunicare con l’esterno, i tre possono solo aspettare che il traghetto torni a prenderli nella data stabilita, mentre la tensione tra loro continua a crescere. Negli stessi giorni Freyr, uno psichiatra, sta aiutando la polizia nell’indagine su un caso di vandalismo in una scuola. La vita dell’uomo è cambiata da quando suo figlio Benni è misteriosamente scomparso tre anni prima; una tragedia che lo ha gettato nello sconforto e ha distrutto il suo matrimonio. Nel corso dell’indagine Freyr risale a un altro atto vandalico compiuto nella medesima scuola cinquant’anni prima, lo stesso periodo in cui un giovane allievo è svanito senza lasciare tracce: un caso fin troppo simile a quello di Benni e che sembra affondare le sue radici nel remoto villaggio di Hesteyri… Yrsa Sigurdardóttir, la regina del thriller islandese, intesse due vicende parallele per creare un mondo inquietante che mina le certezze del lettore; dove ogni personaggio nasconde un segreto, dove la paura è in agguato nelle strade deserte e nel rumore delle onde.
Diciamoci la verità: gran parte dei thriller che trovate in libreria e che portano quelle succulente etichette che inneggiano al “caso editoriale dell’anno” sono spesso poca roba, o quantomeno mi deludono spesso (un esempio in tal senso sono stati La ragazza del treno, Central Park o il recentissimo Maestra). Questo thriller “islandese” vi terrà col fiato sospeso fino alla fine: una lettura sanguinosamente inquietante. E’ una storia di fantasmi, piena di dolore, vendetta e rimorso. L’esecuzione è eccellente: alla fine tutto si connette arrivando ad una chiusura perfetta.

AndorraPeter Cameron

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Lasciatosi alle spalle San Francisco insieme a quel che gli era necessario lasciare – «cioè tutto» –, Alex Fox approda a La Plata, la soleggiata capitale del minuscolo Sta­to di Andorra, dove spera di poter cominciare una nuova vita. E la scelta sembra quanto mai azzeccata: «Chiunque viva ad Andorra viene considerato suo cittadino» recita la Costituzione, e in effetti sono in molti a mostrarsi subito ansiosi di conquistare le simpatie del nuovo arrivato. Come Mrs Reinhardt, anziana ospite del­l’unico albergo in città, che chiede ad Alex di leggere per lei; o Sophonsobia, matrona della potente famiglia Quay, che certo non sarebbe contraria a una liaison tra lui e l’amabile figlia Jean; o i coniugi Dent, che ben presto lo mettono a parte dei lati meno limpidi del loro matrimonio. Approfondendo via via le sue nuove conoscenze, Alex si renderà conto di non essere il solo a fuggire dal proprio passato, finché, sempre più coinvolto nella vita sotterranea di Andorra, scoprirà «le stanze grigie e senza finestre dietro al favoloso scenario». E quando dalle acque del porto di La Plata emergeranno due cadaveri con chiari segni di morte violenta, lui sarà fra i principali indiziati: la tragedia, è fatale, non può essere trascesa, né cancellata o dimenticata. Già in questo romanzo Peter Cameron si mostra a proprio agio nell’universo narrativo che ha affascinato i lettori di Coral Glynn, e perfettamente padrone di quella tecnica del progressivo disvelamento che non mancherà, anche qui, di tenerci avvinti alle sue pagine – sino al colpo di scena finale.(less)
Lui è uno dei miei autori preferiti, e Andorra è decisamente un piccolo gioiellino. Un incontro di generi raccolto in un capolavoro noir finemente narrato da Cameron: una storia dark che ha il sapore di rivalsa, di dolore, ma soprattutto di speranza. Non si può guardare al futuro senza volgere lo sguardo al proprio passato: d’altronde non siamo altro che la conseguenza di ciò che eravamo.

Boy, Snow, BirdHelen Oyeyemi

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È una notte d’inverno del 1953 quando Boy Novak – lunghi capelli biondo ghiaccio e lineamenti delicati – scappa di casa lasciandosi alle spalle il padre violento di professione acchiapparatti. Da New York il caso la porta a Flax Hill, una cittadina del Massachusetts. Qui conosce Arturo Whitman, un gioielliere rimasto vedovo: è antipatia a prima vista e infatti, dopo poco, si sposano. Corollario del matrimonio è il ruolo di madre, prima vicaria e poi naturale. Ma se inizialmente il rapporto con la bellissima ed eterea Snow è magico, nel momento in cui nasce Bird tutto cambia. Arturo e la sua famiglia nascondevano un segreto che la bambina ha svelato e Boy si trasforma, con sua stessa sorpresa, nella crudele matrigna delle fiabe. Sono tante e diverse le donne che popolano il libro: Boy, Snow e Bird in primis, ma anche Webster, Mia, Mrs Fletcher, Julia, Olivia, Agnes, Clara. Tutte, chi dietro una facciata frivola, chi determinata, chi burbera, chi affettuosa, nascondono in maniera più o meno consapevole una parte non trascurabile della loro natura. E poi, ovviamente, c’è Frances. L’identità: è questo il tema al centro del romanzo di Helen Oyeyemi. Quanto c’è di vero in quello che appare quando un abito può mascherare, un viso può mentire? Possiamo scegliere chi essere – prendere la porta, tagliare i ponti, coprire le tracce – o il passato, prima o poi, tornerà a inchiodarci? Esiste un modo giusto di reagire quando si scopre che la persona che ci dorme accanto, quella che ci ha tenuti in braccio da piccoli non è chi diceva di essere? I cattivi sono cattivi o hanno le loro ferite e giustificazioni? Non ci sono risposte semplici in Boy, Snow, Bird, dove anche la protagonista, smarrita, ammette: «Non so piú chi o cosa siano gli altri».
Una lettura onirica, una fiaba nera calata nel 1953 e sorprendente grazie soprattutto ad un espediente narrativo che metterà in discussione tutto ciò che avevate creduto fosse reale fino a quel momento: un esempio folgorante di come un semplice tratto somatico possa variare la percezione delle cose o delle persone.

Siamo tutti completamente fuori di noiKaren Joy Fowler

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Una famiglia: un padre etologo, una madre, tre figli, Lowell, Fern e Rosemary. Tutto normale, fin qui, se non fosse che Fern è uno scimpanzé, di proprietà dell’Università dell’Indiana, parte di un esperimento denominato Sister Act, e volto a studiare lo sviluppo cognitivo di primati e umani in condizioni di contiguità. Dunque, per cinque anni Fern è la sorella di Rosemary, e di Lowell, fino a che l’esperimento non arriva a compimento, la contiguità comincia a essere difficile da gestire, e Fern viene allontanata. Come può una famiglia superare il distacco? Lowell, più che adolescente, scappa di casa e diventa un terrorista ecologico, gli altri sopravvivono mettendo in atto strategie di compensazione. La ricomposizione di questo trauma è il tema della storia, raccontata da Rosemary in prima persona con un viaggio a ritroso attorno a un anno chiave, il 1996, quando sua madre le regala i suoi diari, e quando Lowell riappare alla sua porta per raccontarle delle sue attività di animalista e di Fern, che lui ha seguito di laboratorio in laboratorio.
E’ uno di quei libri di cui è difficile parlare con chi non lo ha letto – ecco perché il mio consiglio, in questo caso, è proprio questo: leggerlo! L’autrice è bravissima a farti credere ciò che vuole, per poi sbatterti in faccia la verità. La storia, come viene ripetuto più volte dalla narratrice, parte dal centro, per poi collegarsi all’inizio e passare alla fine. Molto particolare e davvero bello.

Book Review: Ti darò il sole, Jandy Nelson

Per inaugurare il blog voglio parlarvi di uno dei libri più belli che abbia avuto la fortuna di leggere negli ultimi anni. Sto parlando di Ti darò il sole di Jandy Nelson, edito in Italia da Rizzoli.

La mia storia con questo libro inizia in realtà circa un anno fa: ero in vacanza a Madrid e, in giro per Gran Via mi sono imbattuto in una libreria e- ovviamente come mio solito – non ho potuto non entrarci. Tra i libri esposti ho visto questo I’ll Give You The Sun: lo so che un libro non si giudica dalla copertina, ma è stato amore a prima vista. Una piacevolissima sorpresa quindi vederlo finalmente arrivare in Italia e non ho potuto che acquistarlo il giorno di uscita!

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Ti darò il sole, Jandy Nelson

Rizzoli, €17,50

Solo un paio d’ore dividono Noah da Jude, ma a guardarli non si direbbe nemmeno che sono fratelli: se Noah è la luna, solitaria e piena di incanto, Jude è il sole, sfrontata e a proprio agio con tutti. Eppure i due gemelli sono legatissimi, quasi avessero un’anima sola. A tredici anni, su insistenza dell’adorata madre stanno per iscriversi a una prestigiosa accademia d’arte. Tecnicamente è Noah ad avere il posto in tasca – è lui quello pieno di talento, il rivoluzionario, l’unico che nella testa ha un intero museo invisibile – e invece in un salto temporale di tre anni scopriamo che è Jude ad avercela fatta, ma anche che i due fratelli non si parlano più, che Noah ha smesso di dipingere, che si è normalizzato, e che Jude si è ritirata dal mondo che tanto le calzava a pennello. Cos’ha potuto scuotere il loro legame così nel profondo? In un racconto a due voci e a due tempi, Noah e Jude ci precipitano tra i segreti e le crepe che inevitabilmente si aprono affacciandosi all’età adulta, ma anche nelle coincidenze che li risospingono vicini, laddove, forse, il mondo può ancora essere ricucito.

Personalmente l’ho divorato in poco più di due giorni: un libro bellissimo e che si legge tutto di un fiato. Così come la copertina, la storia è permeata di colori: un vero e proprio tripudio caleidoscopico che accompagna la vita dei due protagonisti. Loro, due gemelli, sembrano l’uno l’opposto dell’altra ma che finiscono, invece, per essere due anime in un corpo solo. Noah è timido, introverso, un outsider; mentre Jude è solare, popolare ed audace – finché qualcosa non cambia e predono l’uno il posto dell’altro. Noah abbandona la sua vocazione e diventa il classico belloccio popolare tra le ragazze, mentre Jude mette da parte gli abiti colorati e inizia ad allontanarsi e fuggire da tutti. Ti darò il sole racconta il viaggio di questi due adolescenti: da una parte ci sono i capitoli in cui Noah racconta la loro vita a tredici anni, dall’altra la versione di Jude una volta diventati sedicenni. Le due visioni si incontrano in un fatale crescendo di emozioni e, mi ripeto ancora, colori. Sto cercando di rivelarvi quanto meno possibile, perché è una lettura illuminante dove nulla è lasciato al caso, dove tutti gli avvenimenti si incastrano perfettamente e dove ogni personaggio che costella la vita dei due protagonisti ha un ruolo ben preciso.

I personaggi sono i grandi protagonisti e l’autrice è talmente brava che sembrano uscire fuori dalle pagine. E non parlo solo di Noah e Jude, ma anche di tutti quelli “comprimari”. Attraverso questo racconto a due voci, i nodi vengono al pettine un po’ alla volta: pensi di avere una determinata visione dei fatti, di odiare un personaggio e poi nel capitolo successivo vedi l’altro lato della storia, e così continuando un po’ alla volta fino all’epilogo. Il tutto abilmente fortificato dallo stile dell’autrice: la Nelson ci immerge nel mondo che ha costruito così come un artista, attraverso le sue pennellate, fa con la sua opera.

Bellissimo, toccante, emozionante in ogni fibra del suo essere: un’esplosione di colori pastello. Un viaggio caleidoscopico indimenticabile.

Ovviamente sono andato ad informarmi sull’autrice e ho visto che ha pubblicato un altro romanzo, The Sky Is Everywhere, edito in Italia da Fazi nel 2011, ma che purtroppo al momento risulta introvabile  (ho provato a recuperarlo attraverso la libreria presso cui lavoro – yes, I’m a librarian!, vediamo un po’ se riesco nell’impresa).