Book Review: Quattro giorni dopo, Sarah Lotz

Ho un problema con Sarah Lotz.

Il Segno (The Three #1) mi aveva lasciato amareggiato ma allo stesso tempo incuriosito, nonostante i tanti difetti che avessi notato durante la lettura. Era stato perlopiù lo stile da reportage adottato a conquistarmi, e l’idea di base. Peccato che una buona idea non sia nulla senza un’ottima esecuzione e, se Il segno si era salvato in extremis, Quattro giorni dopo (The Three #2) riconferma abbondantemente i miei timori.

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Quattro giorni dopo, Sarah Lotz

Nord, €18

Due anziane vedove, un medico, un blogger spregiudicato, un ex poliziotto, una giovane steward, un marito infedele: ognuno di loro nasconde segreti oscuri. E la verità verrà a galla quando saranno messi di fronte all’impossibile…

Ai tremila passeggeri della Beautiful Dreamer, partiti da tre giorni per una crociera nel mar dei Caraibi, sembra davvero di vivere un sogno. Il quarto giorno, però, i motori all’improvviso smettono di funzionare, così come tutti i sistemi di comunicazione. Alla deriva in mezzo all’oceano, con le scorte di cibo e acqua che iniziano a scarseggiare e senza nessuna traccia di una missione di salvataggio, la situazione sembra volgere al peggio. Eppure non è finita. Una donna viene infatti trovata morta nella sua cabina e diverse persone lamentano i primi sintomi di una strana malattia. L’equipaggio cerca di mantenere la calma, tuttavia sempre più passeggeri vengono presi dal panico, mentre qualcuno arriva addirittura a ipotizzare che non ci sia niente di casuale in quell’avaria. Ma chi avrebbe potuto sabotare la nave? E per quale motivo, poi? Una sola cosa è certa: più passa il tempo, più nella mente di tutti si insinua il dubbio che qualcuno – o qualcosa – stia tramando nell’ombra perché nessuno esca vivo di lì…

Quattro giorni dopo è un sequel-non-sequel, ma continua comunque la trilogia dei The Three. C’è giusto qualche riferimento al primo libro, ma l’impressione è che sia ambientato in una realtà alternativa rispetto a quanto accaduto nel precedente romanzo, e forse queste diverse versioni degli eventi apocalittici sono proprio dove l’autrice vuole andare a parare.

Il caro vecchio Stephen King lo ha descritto come un romanzo “da incubo”, ma da incubo c’è poco e niente. Il primo è perlomeno inquietante: riuscito sotto certi aspetti, Quattro giorni dopo diventa leggermente interessante solo nelle ultime cinquanta pagine. Per il resto la Lotz si ostina a voler utilizzare la narrazione multipla, ma non è capace di scrivere sotto forma di più voci; i personaggi non hanno alcuna evoluzione, rimangono stereotipati e gli stessi che conosciamo nelle prime pagine. Mi è capitato raramente di voler finire un libro semplicemente per l’idea che mi ero fatto di questo, piuttosto che per seguire l’evoluzione dei personaggi o della trama.

E, least but not least, Sarah Lotz ha un problema con i finali. Forse è rimasta vittima dei primi cliffhanger televisivi, ma concludere un romanzo – per la seconda volta, peraltro – senza tentare la minima spiegazione è amatoriale e poco rispettoso nei confronti del lettore.

Eppure c’è una vocina flebile in questa storia, che viene ripetutamente “soppressa”, e che invece farebbe la differenza. Vedremo se per il terzo e ultimo romanzo, in arrivo entro la fine dell’anno, Sarah Lotz deciderà di lasciarla parlare.

Ps: non fidatevi di Stephen King.

 

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Book Review: Un buon presagio, Gillian Flynn

Uno dei thriller più belli che abbia letto negli ultimi anni è Gone Girl – L’amore Bugiardo: quel colpo di scena a metà libro che sconvolge tutte le carte in regola, se ci ripenso, ha ancora la capacità di lasciarmi a bocca aperta. Molti hanno tentato di riprendere quella formula, ma pochi hanno saputo farlo bene come la Flynn. Gone Girl non è solo un thriller mozzafiato, ma anche un romanzo psicologico con pochi eguali. Ovviamente subito dopo ho recuperato tutte le opere della scrittrice fino ad adorarla letteralmente. L’uscita di Un buon presagio (Rizzoli, €12), racconto di poco più di 50 pagine, era quindi un appuntamento che non potevo assolutamente perdermi!

Piccola premessa: parliamo di un racconto scritto su “commissione”, richiesto dal  collega George R. R. Martin (Il Trono di Spade) per l’antologia Rogues.

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Un buon presagio, Gillian Flynn

Rizzoli, €12

La incontriamo in un piovoso mattino d’aprile, nel bugigattolo dove legge l’aura a signore fragili di nervi, dispensando loro consigli e previsioni. Di lei non conosciamo il nome, sappiamo solo che è una giovane donna intraprendente, scaltra, cresciuta da una madre bizzarra e spesso assente, e che fin da bambina è stata abituata a vivere di espedienti, a escogitare ogni giorno un modo per tirare avanti. Quando nel piccolo locale entra Susan Burke, bionda, bella, occhi azzurri e ben vestita, da una analisi veloce la nostra “sensitiva” si convince che si tratta dell’ennesima signora benestante e infelice, in cerca di emozioni forti. In realtà Susan è lì per chiedere aiuto: nella vecchia casa dove vive con la famiglia si verificano fatti inquietanti. Fiutato l’affare, la truffatrice si propone per una “purificazione” dell’ambiente domestico a base di spargimenti di sale, erbe da bruciare e formule pseudomagiche. Nel varcare la soglia della sinistra casa vittoriana, però, si rende conto che qualcosa davvero non va, e l’incontro con il figliastro di Susan non fa che confermare le sue impressioni. Miles è un quindicenne indecifrabile, dal comportamento disturbato e violento, capace con le sue storie di creare nuove realtà. Ma sono davvero soltanto storie, le sue? In presenza di Miles nulla è come sembra, verità e invenzione si sovrappongono e si mescolano fino a confondersi.

La narratrice non ha nome, è una protagonista al femminile che, come nella migliori tradizione dell’autrice, è tutt’altro che perfetta. Fin qui, nulla di nuovo. La parte interessante è che in questo racconto la Flynn strizza l’occhio al tema soprannaturale, anche se in Un buon presagio non è un racconto horror, bensì un piccolo giallo all’ennesima potenza. L’ambiguità permea le pagine di questo racconto e, come al solito, ci possono essere tante versioni quanto i protagonisti degli eventi.

Si legge in pochissimo tempo, sia perché è scritto molto bene ed è dannatamente scorrevole, sia perché è veramente corto, e forse questo è il più grande difetto: la storia quando inizia ad ingranare è già finita.

Da leggere per tutti coloro che, come me, amano l’autrice, ma anche per chi vorrebbe iniziare a conoscerla a piccole dosi. Un buon presagio intriga e la narrazione è un’escalation di eventi che alla fine ti lascia con quella voglia di saperne di più, peculiarità unica che hanno solo i grandi storyteller.

Ps: la copertina è bellissima, d’altronde quando mai Rizzoli delude?

Book Review: L’ombra del vento, Carlos Ruiz Zafón

Ok, lo ammetto.

Non avevo mai letto L’Ombra del vento, né tanto meno nulla di Zafón. Strano, direte voi, visto che è uno dei long seller più chiacchierati degli ultimi anni, e lui uno degli autori più amati. Mi sono convinto a farlo ora perché una mia collega me ne aveva parlato benissimo, definendolo addirittura il suo romanzo preferito, ed avendo grande stima di lei e dei suoi gusti mi son detto: quasi quasi lo leggo…

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Una mattina del 1945 il proprietario di un modesto negozio di libri usati conduce il figlio undicenne, Daniel, nel cuore della città vecchia di Barcellona al Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo in cui migliaia di libri di cui il tempo ha cancellato il ricordo, vengono sottratti all’oblio. Qui Daniel entra in possesso del libro “maledetto” che cambierà il corso della sua vita, introducendolo in un labirinto di intrighi legati alla figura del suo autore e da tempo sepolti nell’anima oscura della città. Un romanzo in cui i bagliori di un passato inquietante si riverberano sul presente del giovane protagonista, in una Barcellona dalla duplice identità: quella ricca ed elegante degli ultimi splendori del Modernismo e quella cupa del dopoguerra.

Dopo averlo letteralmente divorato, mi sono più che chiare le ragioni che hanno reso L’Ombra del vento un tale successo. E’ una fusion di generi: inizialmente verte quasi sul fantasy, poi vira verso il romanzo storico, strizza l’occhio al thriller pur reclamando a gran voce la sua radice di narrativa pura. Il tutto è raccontato dalla finissima penna di Zafon che, diciamocelo, sa il fatto suo: ha una scrittura vivida e molto “cinematografica”. Sembra di venire direttamente catapultati nella Barcellona dell’epoca, anche grazie ad una serie di personaggi ben delineati e difficilmente dimenticabili.

Se devo trovare dei difetti direi la poca caratterizzazione dei personaggi “secondari”, sempre solo abbozzati e lasciati al caso, e lo stesso anche per alcune trame avviate e che risultano poi fini solo a se stesse.

Sta di fatto che il mio parere su questo romanzo è decisamente positivo: ha tutte le carte in regola per essere un classico moderno, perché dei suoi ‘antenati’ condivide lo stesso leitmotiv e utilizza gli stessi espedienti. Sono decisamente curioso di leggere, in futuro, il prosieguo di questa “trilogia”…

WWW Wednesday: #2

Buon Mercoledì “libroso” a tutti!

What are you currently reading?

L’ombra del vento, Carlos Ruiz Zafon

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Lo so, a quest’ora lo avrete già letto tutti. Spesso, con i casi editoriali, io arrivo in ritardo. In realtà lo inizio adesso perché a consigliarmelo è stata una collega che me lo ha descritto come uno dei suoi libri preferiti. Spesso è proprio vero che ci innamoriamo di un libro anche attraverso gli occhi di chi, quel libro, l’ha adorato.

What did you recently finish reading?

La casa di Mango Street, Sandra Cisneros

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De La casa di Mango Street, che mi è piaciuto un bel po’, ve ne ho parlato qui. Andate un po’ a leggere!

What do you think you’ll read next?

La quinta onda – l’ultima stella, Rick Yancey

L'ultima stella

Penso proprio che inizierò L’ultima stella, capitolo finale della trilogia de La Quinta Onda. Il primo mi era piaciuto un sacco, il secondo un po’ meno… speriamo che questo terzo libro non mi deluda!

Book Review: La casa di Mango Street, Sandra Cisneros

L’anno scorso incappai in un articolo di Buzzfeed in cui si consigliavano una serie di letture per l’estate: tra i vari titoli c’era anche La casa di Mango Street di Sandra Cisneros. In realtà da allora è passato un po’ di tempo e me ne ero anche dimenticato (d’altronde i libri da leggere non sono mai abbastanza, e la mia to-read list aumenta di ora in ora), ma dopo aver letto Ti darò il sole, e no – non smetterò mai di dire quanto mi sia piaciuto, me lo sono nuovamente ritrovato tra i libri consigliati su Goodreads, e non ho potuto non cogliere l’occasione per leggerlo!

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La casa di Mango StreetSandra Cisneros

La Nuova Frontiera, €14

La casa di Mango Street è la storia di Esperanza raccontata attraverso la sua voce e il suo sguardo, ora ingenuo e giocoso, ora maturo e sensibile. Esperanza vive a Mango Street, in un barrio di chicanos, a Chicago. Ma non è questa la casa che ha sempre sognato, né la vita che desidera per sé. Emozioni, pensieri e desideri di un’adolescente si susseguono in una serie di toccanti e straordinarie immagini che s’intrecciano con la vita del barrio e i suoi indimenticabili personaggi, con episodi esilaranti e riflessioni amare. Sandra Cisneros in questo libro ci regala pagine che coniugano l’intensità della poesia con la forza espressiva della sua prosa.

Parto col dire che non saprei classificare propriamente questo libro: è sì un romanzo, ma lo si potrebbe vedere anche come una collection di racconti o, meglio ancora, una raccolta di “vignette”. A volte satirico, altre volte puramente lirico, è un piccolo libricino che vi porterà – attraverso la voce guida di Esperanza, la giovane protagonista – a conoscere la comunità messicana di Mango Street, un piccolo quartiere di Chicago.

Le grandi protagoniste sono le mujeres: dalle giovanissime coetanee di Esperanza, alla madre, la zia, le sue vicine. Personaggi che appaiono e scompaiono dalla narrazione, ma che compongono il quadro visto dagli occhi della piccola Esperanza. L’autrice è peraltro bravissima nel rendere vivi questi personaggi, quasi come se fuoriuscissero dalle pagine del libro. Considerato l’anno di pubblicazione (1984), ovviamente la condizione delle donne è spesso subordinata a quella dell’uomo, eppure la Cisneros tra le righe ci presenta una serie di donne forti che, seppur apparentemente sottomesse, sono in realtà in prima linea a guidare i fatti.

Forse l’unica pecca è la sua brevità: finisce sul più bello ma, sebbene tutto risulti spesso solo accennato, l’autrice riesce comunque a seguire l’intero processo di formazione di Esperanza, fino al bellissimo epilogo finale. E nulla è lasciato al caso.

Book Review: La via del male, Robert Galbraith

Dopo più di un anno dall’uscita inglese è arrivato anche da noi La via del male di Robert Galbraith (ovvero J.K. Rowling), terzo romanzo della serie di Cormoran Strike. Non c’è bisogno che vi premetta che seguirei J.K. anche all’inferno e che l’attesa per Harry Potter e il bambino maledetto sia alle stelle, giusto?

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La via del maleRobert Galbraith

Quando un misterioso pacco viene consegnato a Robin Ellacott, la ragazza inorridisce nello scoprire che contiene la gamba amputata di una donna. Il suo capo, l’ investigatore privato Cormoran Strike, è meno sorpreso ma non per questo meno preoccupato. Ci sono quattro persone nel suo passato che pensa potrebbero essere responsabili – e Strike sa che chiunque di loro sarebbe capace di tale odiosa brutalità.

Con la polizia focalizzata sul sospettato che Strike ritiene sempre più essere innocente, lui e Robin prendono direttamente in mano il caso e si immergono nei mondi oscuri e contorti degli altri tre uomini. Ma altri fatti orrendi stanno per accadere, il tempo sta per scadere per due di loro.

Diciamo pure che io non sono un grandissimo adoratore dei detective, ma con Cormoran e Robin è stato amore a prima vista: La via del male riconferma tutti gli ottimi elementi che questa saga ha saputo proporre finora. Mistero, suspance e tensione allo stato puro vi faranno compagnia durante tutta la lettura del libro. Il plot è avvincente, ma l’aspetto più interessante di questa terza avventura è la maggiore introspezione psicologica dei personaggi: sappiamo di più su quello che provano, quello che hanno passato e di come ne siano usciti.

Se nel primo romanzo Galbraith ci ha portati nel mondo dello showbiz con tutto il suo sfarzo e le sue ombre, e nel secondo ci ha invece proposto una vera e propria satira sul mondo dell’editoria, qui i toni sono decisamente più oscuri: si parla di violenza, di misoginia e il killer è il più macabro tra quelli finora affrontati da Cormoran e Robin.

In generale mi è piaciuto un tantino meno rispetto agli altri, forse perché mancava un po’ dello humour che ha contraddistinto i primi due romanzi. Ho apprezzato tanto il fatto che Robin abbia avuto finalmente maggiore spazio (io penso sia all’altezza di Cormoran e in nessun modo a lui secondaria), forse meno lo svolgimento del plot: molto promettente all’inizio, si dilunga e disperde troppo nel prosieguo del romanzo, arrivando ad un finale interessante ma senza un vero e proprio crescendo.

Detto questo una lettura piacevolissima che ovviamente vi consiglio. Nell’attesa che arrivi il quarto romanzo della serie (J.K. ha dichiarato di averne in programma almeno 7), vi anticipo che BBC sta preparando una serie tratta dai romanzi di Galbraith: le riprese inizieranno in autunno, ma al momento non si sa nulla sui casting. E voi chi ci vedreste bene nel ruolo?

Summer Reading: 5 libri da portare sotto l’ombrellone!

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Non so voi, ma l’estate è decisamente la stagione in cui riesco a leggere di più: saranno le ferie, i giorni liberi passati a mare, o le nottatacce in cui non riesci a chiudere occhio a causa del caldo, sta di fatto che questa è la stagione perfetta per un buon libro. La lista di quelli che potrei consigliarvi sarebbe infinita, d’altronde la necessità di aprirmi uno spazio sul web dove parlare di libri la dice lunga su quanto mi piaccia farlo, ma ho deciso di consigliarvi cinque titoli da leggere questa estate.

 Stazione UndiciEmily St. John Mandel

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Kirsten Raymonde non ha mai dimenticato la sera in cui Arthur Leander, famoso attore di Hollywood, ebbe un attacco di cuore sul palco durante una rappresentazione di Re Lear. Fu la sera in cui una devastante epidemia di influenza colpì la città, e nel giro di poche settimane la società, così com’era, non esisteva più. Vent’anni più tardi Kirsten si sposta tra gli accampamenti sparsi in questo nuovo mondo con un piccolo gruppo di attori e musicisti. Tra loro si chiamano Orchestra Sinfonica Itinerante e si dedicano a mantenere vivo ciò che resta dell’arte e dell’umanità. Ma quando arrivano a St. Deborah by the Water si trovano di fronte a un profeta violento che minaccia l’esistenza stessa di questo piccolo gruppo. E man mano che gli eventi precipitano, in un continuo viaggiare avanti e indietro nel tempo, mostrando com’era la vita e com’è dopo la grande epidemia, ecco che l’imprevedibile evento che unisce tutti i personaggi viene rivelato. Riuscirà a quel punto l’umanità a sconfiggere i suoi fantasmi e conquistare un nuovo futuro?

Probabilmente il libro più bello che abbia letto quest’anno, senza ombra di dubbio uno dei capolavori dell’ultimo decennio. Quello che all’apparenza sembra solamente uno YA distopico, è in realtà una eccellente disamina sul genere umano: è un perfetto incontro tra più generi e la penna di questa autrice (Stazione Undici è il suo primo romanzo) ha pochi eguali in circolazione. Fantastico sotto ogni aspetto.

Mi ricordo di teYrsa Sigurðardóttir

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Il villaggio di Hesteyri nei mesi invernali è disabitato e quasi irraggiungibile. L’unico contatto con il resto dell’Islanda è un traghetto perennemente in balia del vento e del mare. In questo luogo desolato, tre giovani provenienti dalla capitale hanno deciso di ristrutturare una casa per trasformarla in un albergo. Ansiosi di mettere a frutto il loro investimento, si sono arrischiati a viaggiare fino a Hesteyri nel periodo più freddo per mettere mano ai lavori. Il piccolo gruppo presto si rende conto che non solo la ristrutturazione è molto più difficile del previsto, ma anche che sul villaggio deserto aleggia un’atmosfera sinistra. I telefoni cellulari si scaricano senza motivo e una presenza indistinta sembra seguirli, lasciando tracce che suggeriscono un messaggio indecifrabile. Impossibilitati a comunicare con l’esterno, i tre possono solo aspettare che il traghetto torni a prenderli nella data stabilita, mentre la tensione tra loro continua a crescere. Negli stessi giorni Freyr, uno psichiatra, sta aiutando la polizia nell’indagine su un caso di vandalismo in una scuola. La vita dell’uomo è cambiata da quando suo figlio Benni è misteriosamente scomparso tre anni prima; una tragedia che lo ha gettato nello sconforto e ha distrutto il suo matrimonio. Nel corso dell’indagine Freyr risale a un altro atto vandalico compiuto nella medesima scuola cinquant’anni prima, lo stesso periodo in cui un giovane allievo è svanito senza lasciare tracce: un caso fin troppo simile a quello di Benni e che sembra affondare le sue radici nel remoto villaggio di Hesteyri… Yrsa Sigurdardóttir, la regina del thriller islandese, intesse due vicende parallele per creare un mondo inquietante che mina le certezze del lettore; dove ogni personaggio nasconde un segreto, dove la paura è in agguato nelle strade deserte e nel rumore delle onde.
Diciamoci la verità: gran parte dei thriller che trovate in libreria e che portano quelle succulente etichette che inneggiano al “caso editoriale dell’anno” sono spesso poca roba, o quantomeno mi deludono spesso (un esempio in tal senso sono stati La ragazza del treno, Central Park o il recentissimo Maestra). Questo thriller “islandese” vi terrà col fiato sospeso fino alla fine: una lettura sanguinosamente inquietante. E’ una storia di fantasmi, piena di dolore, vendetta e rimorso. L’esecuzione è eccellente: alla fine tutto si connette arrivando ad una chiusura perfetta.

AndorraPeter Cameron

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Lasciatosi alle spalle San Francisco insieme a quel che gli era necessario lasciare – «cioè tutto» –, Alex Fox approda a La Plata, la soleggiata capitale del minuscolo Sta­to di Andorra, dove spera di poter cominciare una nuova vita. E la scelta sembra quanto mai azzeccata: «Chiunque viva ad Andorra viene considerato suo cittadino» recita la Costituzione, e in effetti sono in molti a mostrarsi subito ansiosi di conquistare le simpatie del nuovo arrivato. Come Mrs Reinhardt, anziana ospite del­l’unico albergo in città, che chiede ad Alex di leggere per lei; o Sophonsobia, matrona della potente famiglia Quay, che certo non sarebbe contraria a una liaison tra lui e l’amabile figlia Jean; o i coniugi Dent, che ben presto lo mettono a parte dei lati meno limpidi del loro matrimonio. Approfondendo via via le sue nuove conoscenze, Alex si renderà conto di non essere il solo a fuggire dal proprio passato, finché, sempre più coinvolto nella vita sotterranea di Andorra, scoprirà «le stanze grigie e senza finestre dietro al favoloso scenario». E quando dalle acque del porto di La Plata emergeranno due cadaveri con chiari segni di morte violenta, lui sarà fra i principali indiziati: la tragedia, è fatale, non può essere trascesa, né cancellata o dimenticata. Già in questo romanzo Peter Cameron si mostra a proprio agio nell’universo narrativo che ha affascinato i lettori di Coral Glynn, e perfettamente padrone di quella tecnica del progressivo disvelamento che non mancherà, anche qui, di tenerci avvinti alle sue pagine – sino al colpo di scena finale.(less)
Lui è uno dei miei autori preferiti, e Andorra è decisamente un piccolo gioiellino. Un incontro di generi raccolto in un capolavoro noir finemente narrato da Cameron: una storia dark che ha il sapore di rivalsa, di dolore, ma soprattutto di speranza. Non si può guardare al futuro senza volgere lo sguardo al proprio passato: d’altronde non siamo altro che la conseguenza di ciò che eravamo.

Boy, Snow, BirdHelen Oyeyemi

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È una notte d’inverno del 1953 quando Boy Novak – lunghi capelli biondo ghiaccio e lineamenti delicati – scappa di casa lasciandosi alle spalle il padre violento di professione acchiapparatti. Da New York il caso la porta a Flax Hill, una cittadina del Massachusetts. Qui conosce Arturo Whitman, un gioielliere rimasto vedovo: è antipatia a prima vista e infatti, dopo poco, si sposano. Corollario del matrimonio è il ruolo di madre, prima vicaria e poi naturale. Ma se inizialmente il rapporto con la bellissima ed eterea Snow è magico, nel momento in cui nasce Bird tutto cambia. Arturo e la sua famiglia nascondevano un segreto che la bambina ha svelato e Boy si trasforma, con sua stessa sorpresa, nella crudele matrigna delle fiabe. Sono tante e diverse le donne che popolano il libro: Boy, Snow e Bird in primis, ma anche Webster, Mia, Mrs Fletcher, Julia, Olivia, Agnes, Clara. Tutte, chi dietro una facciata frivola, chi determinata, chi burbera, chi affettuosa, nascondono in maniera più o meno consapevole una parte non trascurabile della loro natura. E poi, ovviamente, c’è Frances. L’identità: è questo il tema al centro del romanzo di Helen Oyeyemi. Quanto c’è di vero in quello che appare quando un abito può mascherare, un viso può mentire? Possiamo scegliere chi essere – prendere la porta, tagliare i ponti, coprire le tracce – o il passato, prima o poi, tornerà a inchiodarci? Esiste un modo giusto di reagire quando si scopre che la persona che ci dorme accanto, quella che ci ha tenuti in braccio da piccoli non è chi diceva di essere? I cattivi sono cattivi o hanno le loro ferite e giustificazioni? Non ci sono risposte semplici in Boy, Snow, Bird, dove anche la protagonista, smarrita, ammette: «Non so piú chi o cosa siano gli altri».
Una lettura onirica, una fiaba nera calata nel 1953 e sorprendente grazie soprattutto ad un espediente narrativo che metterà in discussione tutto ciò che avevate creduto fosse reale fino a quel momento: un esempio folgorante di come un semplice tratto somatico possa variare la percezione delle cose o delle persone.

Siamo tutti completamente fuori di noiKaren Joy Fowler

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Una famiglia: un padre etologo, una madre, tre figli, Lowell, Fern e Rosemary. Tutto normale, fin qui, se non fosse che Fern è uno scimpanzé, di proprietà dell’Università dell’Indiana, parte di un esperimento denominato Sister Act, e volto a studiare lo sviluppo cognitivo di primati e umani in condizioni di contiguità. Dunque, per cinque anni Fern è la sorella di Rosemary, e di Lowell, fino a che l’esperimento non arriva a compimento, la contiguità comincia a essere difficile da gestire, e Fern viene allontanata. Come può una famiglia superare il distacco? Lowell, più che adolescente, scappa di casa e diventa un terrorista ecologico, gli altri sopravvivono mettendo in atto strategie di compensazione. La ricomposizione di questo trauma è il tema della storia, raccontata da Rosemary in prima persona con un viaggio a ritroso attorno a un anno chiave, il 1996, quando sua madre le regala i suoi diari, e quando Lowell riappare alla sua porta per raccontarle delle sue attività di animalista e di Fern, che lui ha seguito di laboratorio in laboratorio.
E’ uno di quei libri di cui è difficile parlare con chi non lo ha letto – ecco perché il mio consiglio, in questo caso, è proprio questo: leggerlo! L’autrice è bravissima a farti credere ciò che vuole, per poi sbatterti in faccia la verità. La storia, come viene ripetuto più volte dalla narratrice, parte dal centro, per poi collegarsi all’inizio e passare alla fine. Molto particolare e davvero bello.